Sono passati quasi
dieci anni e mi ricordo ancora oggi tutti i particolari.
Partimmo alle tre di
notte dalla stazione di Viareggio, diretti a Milano, con stop e cambio a Genova
Brignole. Il viaggio in treno fu terribile, non c’erano posti liberi, in
nessuna carrozza, quindi viaggiammo seduti sulle valigie, nel corridoio, vicini
alla toilette malodorante.
Un dramma. Ma ne valeva
la pena.
Alle otto del mattino
eravamo a Milano. Appena all’uscita della stazione c’era la fermata del bus-navetta
che collegava il centro città con l’aeroporto di Malpensa. Ci volle un’ora, o
forse più, di tangenziale, un traffico allucinante. L’autista, un pazzo
scatenato, forse credeva di essere il Michael Schumacher della situazione.
Velocità smodata (come direbbe Lord Casco), frenate brusche a un millimetro
dalle auto davanti, sorpassi azzardati. Siamo qui a raccontarlo, quindi grazie
al cielo. Ma ne valeva la pena.
Arrivammo finalmente
all’aeroporto. Mai viaggiato prima. Cercammo subito il banco per effettuare il
check-in. In perfetto orario. Valigie imbarcate. A quel punto, un po’ di relax
e una bella colazione non ce la toglieva nessuno. Erano le undici ed eravamo
già stanchi stravolti. A mezzogiorno ci avviammo verso l’imbarco. Tutti in fila
per passare il controllo di sicurezza. Primo viaggio, quindi prima volta di
tutto: spogliati, levati la cintura, le scarpe, metti gli apparecchi elettronici
nella cassettina. Passammo il metal-detector tutto ok. Bene.
A breve saremmo stati
imbarcati sul volo Milano-Londra. Ma ad un certo punto, l’hostess chiese
l’attenzione di tutti i passeggeri:
“Ci scusiamo per il
disagio, i signori passeggeri verranno imbarcati quanto prima, non appena
saranno terminate le operazioni di imbarco di un passeggero in barella.”
Toh. Ti pareva. Va bè.
Minuto più, minuto meno. Ma ne valeva la pena.
Arrivammo a Londra in
clamoroso ritardo per prendere la nostra coincidenza. Ci rendemmo subito conto
che Heathrow è un aeroporto immenso e che dovevamo correre. Ci fermammo un
attimo per raccogliere le idee e prendere fiato quando all’improvviso ci si
rese conto che dall’altoparlante ci stavano chiamando (ovviamente in inglese):
“Il Sig. Bertolucci e la Sig.ra Miliani sono pregati di presentarsi al gate n.
68 con urgenza!”
A quel punto ripartimmo
di corsa attraversando a grandi falcate quasi tutto l’aeroporto. L’addetto
all’imbarco aspettava solo noi, ci staccò il biglietto (ah, quando ancora non
esisteva il biglietto elettronico!!) e via!!!
Stravolti dal sonno,
dalla stanchezza, dalla corsa, ci sedemmo ai nostri posti e guardandoci
pensammo ancora una volta che ne valeva la pena.
Arrivammo a
destinazione alle otto circa, di sera. Non ci sembrava vero. Dopo il treno, il
bus, il primo aereo, il secondo aereo, finalmente toccavamo terra. Scesi
dall’aereo, ci avviammo verso la hall dove si ritirano le valigie. Il nastro
trasportatore iniziò a girare, man mano tutti i passeggeri ritirarono i loro
bagagli. Tranne noi.
Mapporcaaaadiquellavaccaaaa…Ricapitolando,
treno, bus, aerei, niente valigie, niente beauty-case…uguale..niente doccia,
niente cambio di vestiti. Arghhhhhhh..Respira..Respira..Ma ne valeva la pena.
All’ufficio bagagli
trovammo altri connazionali nella nostra situazione, in pratica i bagagli erano
rimasti a Londra. Comunicammo all’addetta il nome dell’albergo dove
alloggiavamo. Ci venne comunicato che sarebbero arrivate il prima possibile con
il prossimo volo da Londra. Forse il giorno dopo. Forse… No comment.
Ripetemmo il mantra.
Uscimmo dall’aeroporto.
Sconvolti, arrabbiati (eufemismo), occhi iniettati di sangue. Ci venne incontro
un tipo, tutto vestito di nero, visibili solo occhi e denti, ci chiese se avevamo
bisogno di un taxi. Troppo stanchi per
riflettere, sembrava la manna dal cielo. Quindi andammo con il tipo al taxi,
che non era un taxi ma una sorta di suv, nero anche questo. Senza tassametro.
“Oh, cacchio..dove ci porta questo ora???”Panico. Paura. Ansia.
Ci chiese il nome
dell’albergo. Una vocina disse (io): “Arlington Hotel.”
Incrociammo le dita
nella speranza che ci portasse proprio lì. Passamo circa un’ora, interminabile,
con l’autista di taxi più silenzioso del mondo (perché poi, il taxi vero,
quello giallo, lo abbiamo preso e i tassisti chiaccherano!!) immaginando nelle
nostre teste innumerevoli finali alternativi.
Arrivammo all’albergo
sani e salvi. Guardammo l’albergo e poi lui. Forse si era sbagliato. Chiedemmo
se per caso esistessero altri alberghi con lo stesso nome. Ci rispose seccato
che era quello. Zitti come topi, scendemmo dall’auto, senza le valigie e
chiedemmo:
“How much?”
“Fifty-eight dollars!”
Il mio fidanzato (oggi
marito), fiero, gli dette quindici dollari. Il tipo, schifato, e sempre più
nero, ripetette: “Fifty-eight!!” E io: “Ops, ha detto 58!!”
Daniele tirò fuori
sessanta dollari e ciaooooooooo..Ma ne valeva la pena.
Entrammo in albergo. La
reception era blindata con vetri anti-proiettile. In fondo alla stanza c’era
una sorta di altarino cinese, con un Buddha,
il gatto che saluta e odore di incenso. Di fianco all’entrata c’era la
porta del ristorante collegato all’albergo, dal quale entrava e usciva in
continuo gente. Ci guardammo: “Ma dove siamo capitati?”
Almeno il receptionist
era simpatico e socievole. Ci accompagnò in camera, ci disse di chiamarlo se
avevamo bisogno di qualsiasi cosa e ci augurò buonanotte.
Rimasti da soli,
esplorammo la camera. Un tugurio. La finestra affacciava su un muro. Il
materasso era avvolto nel cellophane. L’acqua nella doccia usciva a gocce. Alle
nove e mezza, stremati, crollammo nel letto. Ripetendoci ancora una volta che
ne valeva la pena.
La mattina seguente ci
svegliammo, senza sveglia, alle otto in punto. Riposati, pimpanti, rinati.
Ci lavammo con la
saponetta minuscola, oleosa, che si trova negli alberghi. Ci rimettemmo i
vestiti del giorno prima.
Ok. Non era il massimo.
Ma eravamo in vacanza, per la prima volta, insieme. Curiosi, entusiasti, felici
nonostante tutto.
Uscimmo di corsa
dall’albergo.
Il sole splendeva alto
nel cielo!
New York era là fuori.
Ne è valsa la pena.
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